Il Milite Ignoto - recensione - ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon - Act 1

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Il Milite Ignoto - recensione

Act 1
Pubblicato da in Recensioni teatro ·
Tags: guerramiliteignotoPerrotta
Nell’ambito del progetto l’Altra mobilitazione promosso dal Consorzio Culturale del Monfalconese in collaborazione con l’Istituto Livio Saranz di Trieste e l’Ecomuseo delle Dolomiti friulane è andato in scena a Staranzano (GO) lo spettacolo “Milite Ignoto – quindicidiciotto” di e con Mario Perrotta. La proposta si inserisce nelle iniziative presenti sul territorio per i cento anni della prima guerra mondiale.
Il monologo, che è si è ispirato al libro “Avanti sempre” di Nicola Maranesi e al progetto dello stesso Maranesi e Pier Vittorio Buffa “La grande guerra, i diari raccontano, è un racconto crudo e impietoso che chiama in causa i cinque sensi per dare fisicità al dolore. La partecipazione si fa più intensa di fronte alla concretezza del corpo avvilito e martoriato del soldato costretto in uno spazio angusto, sporco, in completa balia degli eventi. Di solito pensando alla guerra (e soprattutto a quella guerra) viene in mente l’eroe che muore nobilmente sul campo sacrificando la vita per un ideale e non si pensa alla quotidianità dei pidocchi, dei topi, della pioggia e del fango che riducono i piedi in cancrena: immagini certo meno “nobili” ma non meno eroiche di giovani, operai e contadini, spesso incapaci di capire quello che sta succedendo, che vanno a combattere per una patria lontana dal piccolo spazio in cui fino a quel momento sono vissuti e che, quello sì, è sentito come la propria patria.
La vicenda viene raccontata in una lingua che è tante lingue di italiani, tanti dialetti messi assieme a creare un idioma unico di sofferenza e di rabbia, dove le frasi sono spezzate e sconnesse, il discorso frammentato in una apparente mancanza di logica che trova un senso nell’essere, quel soldato, tutti e nessuno.
La capacità di Mario Perrotta che, detto per inciso, è stato segnalato con questo lavoro come finalista al “Premio Ubu 2015” come migliore novità italiana e ricerca drammaturgica, è stata quella di far sentire reale quel dolore, spogliando i fatti narrati da tutta la retorica bellica tesa a nobilitare un atto assurdo come la guerra dove “la partita finisce sempre alla pari”.
Lo spettacolo colpisce e nello stesso tempo sconcerta per il suo carattere dissacratorio ma forse proprio per questo tocca nel profondo e costringe a porsi delle domande scomode. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” fa dire Bertold Brecht a Galileo e c’è da chiedersi se davvero un popolo ha bisogno di eroi per sentirsi tale. Ma non è forse anche così che si costruisce l’identità di un popolo? Eppure quanto siamo disposti a dare della nostra vita, che è unica, per sostenere un ideale?



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