Otto - tredici, quasi ogni giorno - ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon - Act 1

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Otto - tredici, quasi ogni giorno

Act 1
Pubblicato da in Parliamo di scuola ·

Alle otto meno un quarto il portone d’ingresso è già bloccato dagli studenti o, meglio, dai loro zaini.
Il docente deve essere presente cinque minuti prima del suono della campanella.
Giusto.
I venti minuti dopo la fine?
Non contano.
Bene.
Permesso? Non posso toccarli né tanto meno spostarli da parte, potrei essere fraintesa. Maltrattamento: ti parte subito una denuncia.
Permesso... Lavoro sull’intonazione, non serve alzare la voce, sono una contro cento. Fatica inutile, meglio impostarla sui toni gravi. Permesso.
Tre, quattro volte possono bastare poi mi accusino pure di aggressione a minore. Sposto un po’ di zaini, loro non li tocco, sposto solo gli zaini che, è vero, sono caricati a spalla, ma loro non li tocco. Sfido qualunque zaino a portarmi in tribunale.
Entro.
L’atrio è vuoto. Incrocio lo sguardo impotente del bidello che ammicca verso un angolo. Capisco.
Eccoli là, i ripetenti, marcantoni che mi aspetterei di vedere in un bar non in una scuola media. L’incontro è già una sfida, può solo peggiorare.
Ve l’ho detto tante volte che dovete aspettare fuori, come tutti. E’ la prima cosa che mi viene in mente ma, siccome glielo ho già detto tante volte, sono convinta che non servirà. Desisto.
Che faccio? Li ignoro. No, non è il caso, perderei in autorevolezza.
Mi atteggio a insegnante disponibile e amica? Una di quelle tipe passate e un po’ ganze che risolvono la situazione con un distratto “come va, ragazzi?”. No, mi sono proprio stufata di reprimere i miei istinti vendicativi. Ma sono in cinque e hanno la forza dell’impunità. Il bidello però si aspetta qualcosa, che figura ci faccio?
Affronto con calma la questione: è la soluzione migliore.
Scusate… - iniziare così li spiazza sempre un po’ perché si aspettano la sfuriata - perché siete dentro? Tono giusto, interlocutorio, pulito; chiedo non comando: è un buon inizio. Butto la domanda, so già la risposta ma nonostante ciò mi dà una certa soddisfazione aver segnato il primo punto.
Sì, prof, ma fuori fa freddo… lamentazione di Fraboni, il più vecchio di tutti. Cinque anni alle medie.
Cosa rispondere? Ha pareggiato subito, è un gran giocatore.
Anche gli altri hanno freddo, eppure aspettano fuori, tiro di contropiede.
Ma perché i prof possono stare dentro? Chiede il più piccolo della squadra.
Devo anche risponderti?
Beh, sì, raddoppia l’insolente e passa in vantaggio.
In effetti perché? Perché loro devono stare fuori? Forse perché arrivo un quarto d’ora prima quando basterebbero cinque minuti e i venti dopo non mi vengono contati mentre i cinque che mancano al modulo di cinquantacinque li devo recuperare? Complicato e troppo personale.
O forse perché a lasciarli entrare distruggerebbero la scuola? Prevenuto.
O più semplicemente perché sono sotto la mia responsabilità dal momento che mettono piede nell’edificio. Giuridico e corretto.
Mentre cerco di argomentare spostano annoiati lo sguardo da me ai telefonini. Non posso avventurarmi anche su quel terreno… Mentalmente ripeto il dialogo ormai vecchio: metti via, a scuola non si possono usare – non è ancora suonato – sì, ma poi lo metti nello zaino – sììì, prof… - perché altrimenti te lo sequestro – sììì, prof…
Non mi conviene avventurarmi, fingo di non vedere il telefonino.
Improvvisamente uno - sempre Fraboni - si stacca dal gruppo e scarica la propria energica proposta sulla macchinetta distributrice di merendine. Gli altri si fanno intorno, catturati dall’eterna lotta tra l’eroe (Fraboni) e l’antagonista, il distributore, che obbedisce subito ai quattro colpi ben assestati. L’operazione si conclude con una risata innaturale e sforzata. Perché li devo sopportare? Che cosa mi trattiene? Respiro. Razionalizzo.
La giovinezza è sciocca e sfrontata, pone sempre il sé davanti alle cose, anche quelle più importanti. Io, l’insegnante sono l’interfaccia del loro disagio e, a volte, della loro sofferenza. Non sono io il nemico, è il mio ruolo che è scomodo. Me lo continuo a ripetere come un mantra per non demolire la mia autostima, ma sono un essere umano anch’io… Ho una vita privata, le mie preoccupazioni, i miei problemi. Se vengo toccata sul vivo mi offendo.
In classe! Recupero in autorevolezza. Sì, prof. Mi assecondano trascinando i piedi su per le scale con un bottino di patatine e succhi di frutta che consumeranno di nascosto durante la lezione. Lo so.
Perché poi dobbiamo lasciare quella porcheria in atrio? Mi sfogo con una collega riferendomi alla macchinetta distributrice.
Sì, è vero, non si era deciso di farla togliere? Sì per l’educazione alimentare… è un controsenso… Mi risponde distratta quasi per dovere correndo su per le scale.
Eh, ma la coerenza qui… si inserisce il collega di arte, che nella polemica ci sguazza.
Effettivamente la proposta c’era stata ma non era passata perché l’insegnante di tecnica, referente del progetto, si era ammalata proprio il giorno del collegio. Già ma adesso è ritornata, sono passati due mesi e la macchinetta è ancora lì.
Arrivo in sala insegnanti, frettolosamente saluto e cerco subito una sponda a cui aggrapparmi. Le lamentazioni incontrano sempre sostenitori, soprattutto alla fine della mattinata, quando tutti hanno caricato almeno una frustrazione. Alla mattina invece anche gli insegnanti sono assonnati e stanchi prima di incominciare. Quasi rimpiango di aver lasciato andare Fraboni e compagni, almeno loro mi tenevano testa. Mi si attacca solo il collega di arte che ha già detto la sua salendo le scale e rincara la dose.
Ve lo dicevo io che non se ne sarebbe fatto niente, sì, con quella macchinetta, intendo... si spegne e così non la usa più nessuno...
Le sue proposte sono sempre un tanto al chilo, se non rimanessero tali, proposte, voglio dire, come potrebbe poi ricominciare con il suo ve l'avevo detto?
Quanto mi è caro il suono della seconda campanella d'inizio!
Mi sono quasi dimenticata dell'incontro con i ragazzi nell'atrio ma, appena in classe, dietro la cattedra mi prendo la rivincita.
Eccolo lì, Fraboni, con la sua scorta di patatine e succhi di frutta completamente disteso con le gambe che spuntano dalla sedia del compagno davanti. Proprio come se fosse al bar. Dovrei intervenire, farlo stare più composto, ma sarebbe impossibile su quei banchi presi dalle elementari il giorno prima dell’inizio della scuola e sistemati in fretta e furia dagli operai del comune. Eppure la richiesta era stata fatta per tempo… possibile che non si erano potuti trovare dei banchi calibrati sul metro e ottanta?
Lascio stare, rimanga pure scomposto, lo voglio beccare su un altro terreno.
Te lo dico ancora una volta: cia e gia hanno il plurale diverso: se sono precedute da consonante non vogliono la i se invece davanti c’è una vocale la metti quella benedetta i. Ricordati: province e ciliegie. Non puoi sbagliare. Sì, lo so che su tanti cartelli… ma non è un buon motivo. La regola è questa. Hai fatto un errore. Correggiti, Fraboni.
Anche per il tè è lo stesso, intendo quello che si beve, naturalmente, non il pronome personale… non è atono... Non importa, lascia stare. Atono non è una parolaccia. Torniamo al tè, invece. Ci hai mai fatto caso? Lo scrivono così: “thè”, scimmiottando l’inglese… maltrattandolo invece non meno che l’italiano. Thè non esiste, semmai esiste the, ma non è il caso che adesso mi metta a farti anche una lezione di lingua straniera. Non importa se sulle etichette c’è scritto così. Sbagliano. E hai sbagliato anche tu, Fraboni.
E poi quante volte devo ripetertelo? Il dimostrativo questo è per te che parli; se la cosa è lontana da tutti e due è quella; codesto è vicino a chi ascolta e lontano da te che parli. Come, codesto non si usa più? Bene, recuperiamolo. La regola è questa, che non la si usi non significa che sia giusto così. E adesso basta, portami codesto compito che ti metto il voto.
Protesta ma non mi smuove. Godo del vantaggio. Esagero a sproposito e senza motivo.
Lo sai qual è il tuo difetto? E’ che prendi sempre tutto alla lettera. Invece le cose non sono mai così come sembrano, dovresti ormai saperlo. Il fatto è che sei uno con poca fantasia, Fraboni. Va bene, ogni tanto posso anche darti una mano… Comunque, mio caro, io sono stanca: non posso fermarmi ad ogni parola e spiegarti ciò che vuol dire. Sbrigatela da solo. Se non sai vivere, impara! Credi ch’io sia una prepotente? No di certo, ti sbagli. Tu, comunque, qui ci vuoi fare le radici e la promozione, beh, quella non è poi così sicura… Così gli ho detto, una tirata niente male.
Il giorno dopo è arrivata la madre, puntualmente. Puntualmente riferito alla mia sparata ma come sempre fuori orario. Anzi, dopo un po’ si è presentato anche il padre.
Faccio pesare il fatto che sono disponibile a riceverli ugualmente. Non sono per nulla riconoscenti, anzi, il padre mi informa di aver dovuto prendere un permesso sul lavoro per venire da me.
Io lavoro mattina e pomeriggio, precisa in maniera fastidiosa.
Potrei aprire una polemica sul fatto che anche gli insegnanti al pomeriggio partecipano a riunioni, correggono compiti, preparano lezioni... ma non verrei presa sul serio. Già alla madre si è stampato un sorrisetto antipatico alla provocazione del marito, non vorrei alimentare il sarcasmo.
Incasso ricambiando la smorfia che però è più di fastidio che di compiacimento. Devo farla breve, tanto qui non si cava un ragno dal buco.
Signori miei, vostro figlio rischia ancora una volta o si comporta bene e studia o ci rimane di nuovo: tertium non datur, concludo con sottile perfidia.
Parli italiano perché l’inglese non lo sappiamo, mi dice sprezzante la madre.
Non è inglese, è latino, preciso.
Cosa vuole che ce ne frega del suo latino, mi brutalizza il padre, se ce lo bocciate un’altra volta qua faccio un casino…
A parte quel congiuntivo del quale non mi azzardo a segnalare la mancanza… c’è un problema di educazione…
L’educazione: ecco cosa potrei ancora puntualizzare. Attacco: il ragazzo risponde agli insegnanti, usa un linguaggio scurrile e non escludo che qualche volta bestemmi.
A casa nostra non si bestemmia, puntualizza la madre, le sente fuori… è uno che si lascia trascinare, lui non è cattivo…
Adesso attacca con la litania materna. Sì, certo, i compagni… magari la scuola o gli insegnanti sono tentata di aggiungere sfiorando il paradosso.
Mi trovo invece a biascicare parole come buone maniere, educazione…
Non si preoccupi che all’educazione ci pensiamo noi: il padre è rigoroso.
Evidentemente ci avete pensato poco, osservo tra me e me ma mi guardo dal rendere esplicito il pensiero.
Suona la campanella: ancora una volta mi toglie dagli impicci.
Bene, signori, devo andare in classe, non mi posso trattenere oltre.
Ma insomma, ce lo promuovete o no, questo ragazzo?
Mah, vedremo, non è detta l’ultima parola, concludo conciliante. Arrivederci.
Ma sì, in fondo che ha fatto quel povero ragazzo? Non studia? Eh, ce ne sono tanti così… Risponde? Deve rispondere, se parla risponde. Dice parolacce? Già, questo dipende dalle cattive compagnie… Forse bestemmia? Dopotutto, non l’ho mai sentito. Questa è l’unica cosa sulla quale ho giocato d’azzardo. Se dovesse succedere, allora si vedrà…
Mi sono convinta, sosterrò la sua causa nel prossimo consiglio di classe, tanto per preparare il terreno per lo scrutinio finale.
Mi sa che questa volta forse lo promuoviamo, il povero Fraboni.




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